I DIR EN GREY sono tornati l’8 aprile con MORTAL DOWNER, il dodicesimo album in studio della band e il primo a quasi quattro anni di distanza da PHALARIS. Mentre il gruppo si avvicina al suo trentesimo anniversario nel 2027, l’uscita arriva con un sommesso senso di peso e intenzione. MORTAL DOWNER non segue le aspettative stabilite dai suoi predecessori; trascina invece la sua mole su una tela sonora più imponente. Ciò che si dispiega sembra meno una continuazione e più una ricalibrazione di come i DIR EN GREY percepiscono la pesantezza…

MORTAL DOWNER ha mette alla prova qualsiasi aspettativa sul significato della parola “pesante”. Analizzando la band nella sua evoluzione, partendo da Kisou e VULGAR nei primi anni 2000, attraverso le vette progressive di UROBOROS e DUM SPIRO SPERO negli anni 2010, fino alla forma portata avanti con PHALARIS nel 2022, un ascoltatore attento potrebbe pensare di averne compreso la gamma. Ma non è così.

I DIR EN GREY hanno sempre reinventato il proprio sound pur orbitando attorno allo stesso nucleo tematico: il dolore umano. MORTAL DOWNER sembra una nuova sfaccettatura di quell’ identità. Gli elementi progressive rimangono, ma sono fusi con influenze doom e sludge. Il ritmo rallenta. Il batterista Shinya guida l’album con un peso misurato, quasi processionale. Abbiamo avvertito per la prima volta questo cambiamento in The Devil In Me due anni fa; col senno di poi, quel singolo si legge come un progetto architettonico. Attraverso 14 tracce, l’album espande quel tono soffocante: meno aggressione lacerante, più un martellamento costante.

Il cantante Kyo ha descritto la “pesantezza” come l’emozione centrale dietro l’album, ed essa definisce l’intera esperienza d’ascolto. ISOLATION si apre con un pianoforte malinconico contro trame di synth a dente di sega, trascinandoci in uno spazio che sembra già pesante prima ancora che venga cantata una sola parola. Kaijin ni Kisu segue con un riff di chitarra ritmato che ricorda la band progressive metal Tool e immagini di una scia di formiche che conduce a un cadavere martoriato, rafforzando il tema del ritorno in cenere. Discard, rivelata per la prima volta durante il tour nazionale della band nel 2025, pende verso il nichilismo e il vuoto emotivo. Il suo piglio abrasivo e il ritmo riecheggiano l’atmosfera psichedelica e shoegaze degli Smashing Pumpkins anni ’90, reinquadrata attraverso la lente dei DIR EN GREY.

Hizumi to Ame ha attirato subito l’attenzione. Il basso di Toshiya porta un tono distintamente elettronico, accoppiato alle chitarre pulite ed eteree di Kaoru e Die. Kyo passa con disinvoltura da versi contenuti a scream groove. Ciò conferma quanto controllo mantenga sulla sua estensione, a prescindere dal tappeto sonoro.

Un’ Evoluzione che Richiede Tempo

La band ha descritto l’album come “non per tutti”, e la cosa trova riscontro al primo ascolto. Richiede tempo. EN’EN si avvolge lentamente, come se si stringesse attorno alla sua preda, riflettendo l’immaginario serpentino del kanji del titolo ( 怨怨 : una sofferenza lunga e senza fine, carica di rancore). Quella tensione avvincente sboccia in uno dei ritornelli più belli che abbiano mai scritto. Demand rivisita il fraseggio da valzer barocco già sentito in brani come Doukoku to Sarinu (da UROBOROS) e Celebrate Empty Howls (da The Insulated World). MOBS, accompagnata dal suo recente video, si dispiega come una colonna sonora cinematografica. Mentre il testo rimane relativamente ambiguo, il video ritrae un sacrificio infantile, incentrato su una madre che si è arresa a un culto, mentre il rituale le strappa via la figlia in lacrime. Il brano cresce verso un massiccio climax orchestrale che persiste a lungo dopo la fine.

Ironicamente, il momento più immediato non arriva che all’ultima traccia. La canzone no end scatena in pochi secondi un ritornello svettante simile a Un deux. La struttura è diretta. Lunghi accordi di chitarra risuonano. Il basso si muove in linee ampie e travolgenti. La batteria colpisce con spazio e chiarezza. Sembra familiare nel miglior modo possibile, un promemoria dell’istinto melodico della band.

Una versione “chill” dei DI EN GREY, che però non li snatura

Se vi siete mai chiesti come avrebbero potuto suonare i DIR EN GREY se avessero tirato il freno producendo qualcosa di più “digeribile”, con meno distorsione, ritmi più lineari, forse persino un allontanamento dalla densità culminata in pubblicazioni come DUM SPIRO SPERO o THE UNRAVELING. MORTAL DOWNER risponde a questa domanda a modo suo. Gli arrangiamenti sono già più scarni, ma il peso non si solleva mai. Questo è il massimo del “chill” per i DIR EN GREY, eppure risulta comunque schiacciante (sono pur sempre i DIR EN GREY).

Questo non è PHALARIS. Non è UROBOROS. Non è decisamente Withering to death. La coesione c’è ancora, ma l’impatto emotivo cambia. Invece del caos e dello sfogo, ottieni gravità, disperazione e una lenta attrazione verso l’abisso. “Il Dio Onnipotente non esiste”, proclama Kyo nel canto sbilenco di Kusabi. “Che tipo di vita è questa? Vediamo dove andrai a morire”. Ad un primo ascolto non lo si capisce subito. Non arriva immediatamente. Ma dopo averlo lasciato sedimentare, l’album si spalanca. Ora sembra un tassello essenziale nel loro catalogo e un chiaro segnale della direzione futura.

Per i fan che desiderano solo il vecchio sound, c’è una rete di sicurezza. L’edizione limitata first-press include un secondo disco con le registrazioni live del segmento statunitense del tour 2025 Who Is This Hell For? a Los Angeles e Anaheim. La scaletta è densa dei grandi successi di VULGAR e Withering to death. È un’inclusione premurosa, quasi come se la band riconoscesse il proprio passato continuando a guardare avanti.Soffocante, paziente e difficile da scrollarsi di dosso una volta assimilato, MORTAL DOWNER segna un significativo passo evolutivo nel songwriting dei DIR EN GREY. La band cambierà ancora. Lo fa sempre. Ma per ora, MORTAL DOWNER siede accanto alle opere passate come un pezzo essenziale di storia, plasmando il modo in cui la band verrà compresa in futuro. Comunque i DIR EN GREY sceglieranno di trasformarsi la prossima volta, questo capitolo appare altrettanto determinante.

Tradotto e adattato da: JRock News

By Roberto "Ryoga" Romagnoli

Co-fondatore di Nippon Project. Appassionato di JRock e Visual-Kei. Ma anche di Anime e Manga. Nerd dal 1981.

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